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giovedì 17 luglio 2008

Sulla sottolineatura

Vi siete mai chiesti perché a tutti dia così fastidio sottolineare un libro a penna? Nessuno si fa problemi a usare la matita, o addirittura i pastelli colorati, e la scusa ufficiale è che il pastello o la matita sono meno invadenti, più pacati, non macchiano, e che una matita si può sempre cancellare senza lasciare traccia. Falso, falso, falso! La traccia rimane, lo sapete! Allora mi chiedo, c’è poi questa grande differenza? Perché le povere Bic vengono denigrate e rifiutate? Perché i fantastici pennini Stabilo, tutti colorati, sono visti in malomodo?
Conosco gente che sottolinea solo con la matita per paura di rovinare il libro, ma poi vai a sbirciare tra le pagine e scopri che la loro, più che una semplice pacata sottolineatura, è una sorta di incisione a secco del foglio. Viene quasi da pensare che tali personaggi siano convinti, in cuor loro, che la matita in realtà non sia stata inventata per lasciare una traccia propria, ma per far affiorare lo strato di lapis nascosto sotto la carta.*
Si può quasi ricostruire il processo di disintegrazione al quale sono soggetti matita e libro nel corso dello studio. L’inizio è quasi pulito: il foglio è inciso con precisione, il lapis è usato alla stregua di un bisturi, la punta è ancora sottile, pungente. Poche pagine più avanti la linea si fa già più calcata, si allarga un pochino, si incupisce. Poi si allarga ancora, si allarga, si allarga sempre di più, due, tre millimetri, ormai la traccia è una spatolata di cemento, inizia a oscurare il foglio, a metà libro non si capisce più quale sia la riga tracciata dalla matita e la riga dello stampato, il foglio è ridotto a brandelli, le pagine scricchiolano come pane azzimo, gridano pietà… Ah! Il libro, poveretto, non si richiude nemmeno più, se ne rimane lì, goffo e accartocciato, come un quotidiano letto troppe volte.
Ma chi sottolinea solo a matita, dicevo, lo fa per non rovinare il libro.
E come se non bastasse, chi sottolinea in questo modo raramente usa il righello, e quando lo fa è talmente irruento nel passare la matita che quest’ultimo alla fine di ogni riga perde la pazienza, e per dispetto scivola verso il basso: ne nasce un andirivieni di linee curve, spezzate, arabeschi e ghirigori che già alla prima pagina danno il mal di mare.
Ci sono poi quelli – tra cui il sottoscritto – che per un motivo o per l’altro hanno a disposizione solo un righello da sette centimetri e mezzo, e a metà riga sono costretti a farlo slittare per cercare di continuare la sottolineatura senza spezzare la linea, ché se no è antiestetico. Ma per sottolineare una pagina in questo modo ci vuole il doppio del tempo, quindi è evidente che se avessi avuto un righello più lungo a quest’ora sarei già laureato.
Poi dicono che le misure non contano.


Note:
* In fondo non hanno tutti i torti: i primi quaderni erano tavolette di cera che venivano incise con una punta. Forse tali personaggi non sono degli stolti: hanno solo un gusto un po’ troppo retrò.

martedì 13 febbraio 2007

Donne e foruncoli

Chissà perché alle donne piace così tanto schiacciare i foruncoli agli uomini. Ci riflettevo l’altro ieri, camminando per strada, dopo aver visto su una panchina una ragazza china sul viso del compagno (mi piace pensare che non fosse una passante) impegnata a spremergli un foruncolo in fronte. La ragazza aveva l’espressione di una quindicenne con problemi in matematica alle prese con una equazione di secondo grado; il ragazzo, da parte sua, non sapeva più a cosa aggrapparsi, e scalciava visibilmente tra le gambe di lei.
Pensai, ce ne saranno di posti per mettersi a schiacciare foruncoli, dovranno farlo proprio su una panchina in piazza? Ma arrivai ad una spiegazione razionale anche per questo. La ragazza evidentemente implorava già da una buona mezzora il fidanzato di lasciarla fare, avendo notato subito, appena usciti, quell’enorme protuberanza gialla sulla fronte di lui; al ché lui l’aveva invitata ad aspettare finché non fossero stati in macchina, o a casa, o in un posto più appartato, promettendole – controvoglia – che l’avrebbe lasciata fare. Ma l’istinto di lei era stato troppo forte: “Voglio farlo ora e qui!”, aveva certamente detto, prima di sbattere il fidanzato sulla panchina, accavallarsi sopra di lui e afferrargli la testa con le mani. Ed eccoli là.
A questo desiderio femminile quasi fisico di spremere foruncoli, Sigmund Freud avrebbe dato, probabilmente, la seguente spiegazione: “Il brufolo è una protuberanza, e in quanto tale rappresenta, nella mente della donna, l’organo maschile. Non potendo sfogare altrimenti il suo desiderio di distruggere il membro vero e proprio, di cui è invidiosa, essa prova un’inconscia soddisfazione sessuale nell’atto di “evirazione” del brufolo. Va ricordato che l’atto sessuale in se non è altro che un simbolico atto di evirazione, in cui la donna fa scomparire l’organo maschile e rende l’uomo uguale a lei. Dunque nella mente della donna spremere un brufolo è paragonabile a un rapporto sessuale; da qui, si può ben capire il piacere che ne ricava.”
Freud avrebbe avuto bisogno di cure serie, diciamolo. Il poveretto ci provò anche ad autoanalizzarsi, ma aveva questa idea fissa del sesso, riconduceva tutto a quello, e non ne venne fuori nulla di buono. Fatto sta che è vero, le donne amano schiacciare i brufoli degli uomini, ma gliene dobbiamo render merito: hanno stile. Lo sanno fare come si deve, fanno sempre un lavoro pulito. Scelgono il momento giusto – anche se a volte il luogo è sbagliato – adottano l’inclinazione giusta delle unghie, scelgono la luce più adatta, ti piegano la testa spesso in angoli improbabili pur di scorgere il suo punto debole – insomma, ci sanno fare. Noi uomini, invece, abbiamo la tendenza a schiacciare qualsiasi protuberanza ci troviamo sul viso. Subito, senza pensarci due volte, appena la notiamo. È ancora acerbo? Schiaccio più forte. Diventa rosso? Un po’ d’acqua fredda ed è tutto a posto. A suffragio di tutto ciò ho un piccolo aneddoto. Un mio amico mi ha raccontato che una mattina, dopo esser tornato la sera prima da una cena durante la quale si era assai ubriacato, alzandosi per andare in bagno a fare i propri bisogni si era guardato di sfuggita allo specchio ed aveva notato sul viso una grossa protuberanza. Dopo aver liberato la vescica, senza ulteriori indugi aveva preso a lavorare di unghia e polpastrello su quel grosso foruncolo, cercando di “appianare” la situazione, che sembrava piuttosto complicata. Gli ci vollero un buon dieci minuti prima di accorgersi che quello era soltanto il suo povero naso, che aveva scambiato, nei fumi dell’alcol, per un enorme foruncolo pronto da schiacciare.