Vi siete mai chiesti perché a tutti dia così fastidio sottolineare un libro a penna? Nessuno si fa problemi a usare la matita, o addirittura i pastelli colorati, e la scusa ufficiale è che il pastello o la matita sono meno invadenti, più pacati, non macchiano, e che una matita si può sempre cancellare senza lasciare traccia. Falso, falso, falso! La traccia rimane, lo sapete! Allora mi chiedo, c’è poi questa grande differenza? Perché le povere Bic vengono denigrate e rifiutate? Perché i fantastici pennini Stabilo, tutti colorati, sono visti in malomodo?
Conosco gente che sottolinea solo con la matita per paura di rovinare il libro, ma poi vai a sbirciare tra le pagine e scopri che la loro, più che una semplice pacata sottolineatura, è una sorta di incisione a secco del foglio. Viene quasi da pensare che tali personaggi siano convinti, in cuor loro, che la matita in realtà non sia stata inventata per lasciare una traccia propria, ma per far affiorare lo strato di lapis nascosto sotto la carta.*
Si può quasi ricostruire il processo di disintegrazione al quale sono soggetti matita e libro nel corso dello studio. L’inizio è quasi pulito: il foglio è inciso con precisione, il lapis è usato alla stregua di un bisturi, la punta è ancora sottile, pungente. Poche pagine più avanti la linea si fa già più calcata, si allarga un pochino, si incupisce. Poi si allarga ancora, si allarga, si allarga sempre di più, due, tre millimetri, ormai la traccia è una spatolata di cemento, inizia a oscurare il foglio, a metà libro non si capisce più quale sia la riga tracciata dalla matita e la riga dello stampato, il foglio è ridotto a brandelli, le pagine scricchiolano come pane azzimo, gridano pietà… Ah! Il libro, poveretto, non si richiude nemmeno più, se ne rimane lì, goffo e accartocciato, come un quotidiano letto troppe volte.
Ma chi sottolinea solo a matita, dicevo, lo fa per non rovinare il libro.
E come se non bastasse, chi sottolinea in questo modo raramente usa il righello, e quando lo fa è talmente irruento nel passare la matita che quest’ultimo alla fine di ogni riga perde la pazienza, e per dispetto scivola verso il basso: ne nasce un andirivieni di linee curve, spezzate, arabeschi e ghirigori che già alla prima pagina danno il mal di mare.
Ci sono poi quelli – tra cui il sottoscritto – che per un motivo o per l’altro hanno a disposizione solo un righello da sette centimetri e mezzo, e a metà riga sono costretti a farlo slittare per cercare di continuare la sottolineatura senza spezzare la linea, ché se no è antiestetico. Ma per sottolineare una pagina in questo modo ci vuole il doppio del tempo, quindi è evidente che se avessi avuto un righello più lungo a quest’ora sarei già laureato.
Conosco gente che sottolinea solo con la matita per paura di rovinare il libro, ma poi vai a sbirciare tra le pagine e scopri che la loro, più che una semplice pacata sottolineatura, è una sorta di incisione a secco del foglio. Viene quasi da pensare che tali personaggi siano convinti, in cuor loro, che la matita in realtà non sia stata inventata per lasciare una traccia propria, ma per far affiorare lo strato di lapis nascosto sotto la carta.*
Si può quasi ricostruire il processo di disintegrazione al quale sono soggetti matita e libro nel corso dello studio. L’inizio è quasi pulito: il foglio è inciso con precisione, il lapis è usato alla stregua di un bisturi, la punta è ancora sottile, pungente. Poche pagine più avanti la linea si fa già più calcata, si allarga un pochino, si incupisce. Poi si allarga ancora, si allarga, si allarga sempre di più, due, tre millimetri, ormai la traccia è una spatolata di cemento, inizia a oscurare il foglio, a metà libro non si capisce più quale sia la riga tracciata dalla matita e la riga dello stampato, il foglio è ridotto a brandelli, le pagine scricchiolano come pane azzimo, gridano pietà… Ah! Il libro, poveretto, non si richiude nemmeno più, se ne rimane lì, goffo e accartocciato, come un quotidiano letto troppe volte.
Ma chi sottolinea solo a matita, dicevo, lo fa per non rovinare il libro.
E come se non bastasse, chi sottolinea in questo modo raramente usa il righello, e quando lo fa è talmente irruento nel passare la matita che quest’ultimo alla fine di ogni riga perde la pazienza, e per dispetto scivola verso il basso: ne nasce un andirivieni di linee curve, spezzate, arabeschi e ghirigori che già alla prima pagina danno il mal di mare.
Ci sono poi quelli – tra cui il sottoscritto – che per un motivo o per l’altro hanno a disposizione solo un righello da sette centimetri e mezzo, e a metà riga sono costretti a farlo slittare per cercare di continuare la sottolineatura senza spezzare la linea, ché se no è antiestetico. Ma per sottolineare una pagina in questo modo ci vuole il doppio del tempo, quindi è evidente che se avessi avuto un righello più lungo a quest’ora sarei già laureato.
Poi dicono che le misure non contano.
Note:
* In fondo non hanno tutti i torti: i primi quaderni erano tavolette di cera che venivano incise con una punta. Forse tali personaggi non sono degli stolti: hanno solo un gusto un po’ troppo retrò.