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giovedì 9 agosto 2007

L'affare Rubik

Da un mese a questa parte sono diventato maestro – si fa per dire – nel risolvere il cubo di Rubik. Tutto è partito dall’aver rivisto La Ricerca della Felicità di Muccino due settimane fa. C’è una scena in cui Will Smith sale in taxi con il direttore dell’azienda in cui vorrebbe lavorare. Il tizio ha in mano un cubo di Rubik e non riesce a risolverlo e, guarda caso, Will pare essere un genietto della matematica e della logica. Dice di saperlo risolvere e il direttore, dubbioso, lo sfida: per tutto il viaggio in taxi si vede Smith muovere le mani intorno al cubo con un'espressione affaticata e dolorante sul viso, sbuffando e sudando, tale e quale a uno stitico al bagno. Il direttore, seduto lì di fianco, lo incita e sbuffa e suda a sua volta. Nel vedere tale scena ho pensato subito di comprarmene uno: se veramente faceva sudare così tanto avrei potuto usarlo al posto della cyclette.
Poi, aprendo per caso l’ultimo cassetto della scrivania per cercare un cd, ho scoperto di avere un cubo di Rubik bell’e pronto lì che mi aspettava...

Era di mio padre, risale a fine anni ’80, pensate un po’. Il cubo era uscito da pochi anni in commercio, e a mio padre piacevano queste cose curiose. Ricordo che da piccolo perdevo intere giornate a completare un lato, disfarlo e completarlo di nuovo. Poi, un giorno in cui ero a casa da solo (i miei mi lasciavano da solo senza timore: ero tranquillo e pacioccone come un piccolo Buddha. L’unica cosa di cui dovevano preoccuparsi era che svuotassi la dispensa dei dolci…) un giorno, dicevo, durante una delle mie ispezioni in cucina, cercando la felicità in una scatola di biscotti, scoprii un foglietto striminzito nascosto sul fondo di un cassetto. Un foglio a quadretti, piegato in quattro, con gli angoli stropicciati. Lo aprii, curioso ma non troppo (pensavo ancora ai biscotti) e senza neanche accorgermene mi ritrovai in mano le soluzioni al cubo di Rubik.
Tramandate da collega a collega nel megaufficio di mio padre, scritte a mano da un misterioso, primordiale risolutore, forse l’ungherese Rubik in persona, erano giunte fino a me come un dono divino. Schemi, disegni, sigle, quel foglietto aveva per me lo stesso fascino che può avere ora un codice di Leonardo. Tentai di capirci qualcosa, ma era scritto in una sorta di linguaggio cifrato. Pensai che fosse per evitare che cadesse in mani nemiche, o qualcosa del genere. La sera chiesi chiarimenti a mio padre: mi disse con aria misteriosa che quelle erano “le Soluzioni”. Disse che quel foglietto gli era stato dato in segreto da un collega, che l’aveva ricevuto tramite piccione viaggiatore da un cugino straniero, che l’aveva copiato di nascosto dall'esemplare che un rivoluzionario francese aveva rubato di soppiatto a qualcun altro. Giravano copie segrete del Foglietto, e chiunque ne fosse in possesso aveva l’obbligo morale di farne almeno una copia e tramandarlo a una persona di fiducia. Io rimasi a bocca aperta, mi sentii parte di un complotto internazionale. Probabilmente aveva a che fare con la Russia: se ne parlava così tanto in quel periodo, e in televisione si vedeva sempre quel signore con quella macchia ridicola in testa...
Fatto sta che il giorno dopo il Foglietto era scomparso. Lo cercai dappertutto, svolsi una dettagliata ricerca nei cassetti della cucina, negli scaffali in sala, mi arrampicai sulle più alte seggiole, mi infilai nelle più impervie intercapedini di casa, rischiai la vita più di una volta in quella che era ormai diventata la mia personale caccia al tesoro. Niente da fare, il Foglietto era sparito. Pensai subito ai russi, pensai subito a quell’uomo con la macchia sulla testa. Si, uno con una macchia sulla testa e quello sguardo arcigno non può che stare dalla parte dei cattivi. Rispolverai la quasi dimenticata pistola Condor ad aria compressa e iniziai un programma di addestramento duro, faticoso, necessario, che interruppi solo per una altrettanto necessaria pausa per la merenda. La sera chiesi a mio padre se sapesse che fine aveva fatto il Foglietto, e rimasi attonito quando mi accusò di averlo perso. Disse che la dovevo smettere di curiosare nei suoi cassetti. Fui accusato di un crimine che non avevo commesso, venni ingiustamente torturato, lasciato senza cibo, rinchiuso in una camera di isolamento. A nulla valsero le parole, le prove della mia innocenza, no, non valsero a nulla, a nulla...

Quasi vent’anni dopo, quasi due mesi fa, ritrovo nel cassetto lo stesso cubo, sempre uguale, ma il Foglietto in tutto questo tempo ne ha fatta di strada, è stato tramandato, copiato, tradotto, e via internet è diventato alla portata di tutti. Quel rompicapo che a prima vista sembra irrisolvibile, quell’oggetto colorato avvolto nel mistero, ecco che nel giro di una settimana è diventato un passatempo di pochi minuti, che faccio e sfaccio almeno tre volte al giorno. Ed ecco che quel codice segreto che tanto mi aveva affascinato mi è ora così famigliare che potrei riscriverlo a memoria. Ma sarebbe inutile scrivere un altro Foglietto: è tutto qui, in internet, a disposizione di chiunque. Niente più foglietti misteriosi e affascinanti su cui creare delle storie, niente più rompicapi irrisolvibili, c’è una ricetta pronta per tutto.

Avevo intenzione di chiudere questo post con i link alle soluzioni del Cubo, ma sarebbe troppo facile. Cercatevelo da soli il vostro Foglietto.

A presto
Robi

venerdì 20 aprile 2007

Formiche

Da piccoli io e mia cugina passavamo giorno si giorno no a casa dei nonni, dall'altra parte del paese. Forse ci attirava il panenutella obbligatorio alle quattro (di cui entrambi portiamo tuttora le conseguenze), forse gli armadi pieni di vestiti da ribaltare, o il portico dietro casa, col fienile là in alto (e quella scala di legno così invitante), e tutte quelle porte scardinate nelle quali non potevamo entrare. O forse i gatti, ché sotto quel portico era tutto pieno di gatti; ogni tanto ne moriva uno, ma non te n'accorgevi nemmeno: il giorno dopo ne spuntavano altri due uguali. Avevamo, in estate, un paio di passatempi preferiti. Fuori in cortile facevamo il "cemento" con sabbia e acqua, nelle scodelline di plastica che la nonna usava per il budino. Poi tappavamo i buchi nel marciapiede davanti alla porta di casa, sigillavamo i tombini, tutto quanto. E muravamo le entrate dei formicai. Era pieno di formiche, c'erano nidi dappertutto in quel cortile, soprattutto ai bordi del marciapiede, e noi ce ne stavamo delle mezze giornate a guardare le formiche muoversi, portare via le briciole di pane che gli davamo, correre di qua e di là tutto il tempo. E' come se avessero sempre qualcosa da fare, le formiche, non le vedi mai riposare. Per questo si dice lavorare come formiche, o qualcosa del genere. E mai una volta che una formica la si prenda da sola, è sempre parte di un gruppo; anche quando se ne vede una sola si pensa subito che in giro ce ne siano delle altre.

Formiche, formiche. Sembrano avere una vita così inutile, sempre la stessa storia, sempre a girare in tondo, a seguirsi una con l'altra. Nessuna è diversa dalle altre, dal nostro punto di vista non hanno una identità propria. Mette un po' di tristezza, questa cosa.Fortuna che noi uomini siamo diversi.





sabato 24 febbraio 2007

M.m. - Le gomme da masticare

Cominciano qui le "Memorabili memorie", una serie di post sull'infanzia, adolescenza e altri periodi in cui si riesce ad essere altamente stupidi senza troppe conseguenze. Pubblicherò un post di memorie ogni tanto, tra una sciocchezza e l'altra, quindi se vi diverte scoprire quanto ero stupido da piccolo, tenetevi aggiornati.



Alle medie rubavamo caramelle e gomme da masticare al supermercato e alla Coop. Spesso ci si fermava anche al negozio di dolciumi di Passeri, ci si passava davanti nell’andare in oratorio a giocare a calcio coi ragazzi più grandi. Appoggiavamo le biciclette al muro sotto la scritta Lov. A farla era stato un ragazzo di prima superiore, che a volte veniva a trovare gli insegnanti durante le nostre ore di lezione. Scriveva sempre quella parola alla lavagna, due o tre volte: Lov Lov Lov. per questo sapevamo che era stato lui.
Passeri era l’unico che vendeva le gomme con le figurine dei calciatori. Le teneva dietro il bancone, in una cesta, quindi non potevamo rubarle, ci toccava comprarle. Le vendevano sfuse, per cento lire l’una o giù di lì, e avvolta nella carta intorno alla gomma trovavi la figurina di un calciatore. Esisteva anche un album, così dicevano, e pareva che se lo spedivi completo a un qualche indirizzo ricevevi un pallone di quelli belli di cuoio, o forse la maglia di qualche calciatore, non ricordo. Fatto sta che a me le figurine del calcio non piacevano, non quelle così piccole per lo meno - e poi erano ancora i tempi dei mezzi busti. Iniziai con le figurine del calcio solo quando comparvero le scene dei calciatori in azione. A quell’età comunque qualche figurina bisognava comprarla, così compravo quelle di Batman - era appena uscito il secondo film, quello con Michelle Pfeiffer nei panni di Catwoman, mi piaceva un sacco - e dei Simpsons. Erano piuttosto care, ma erano belle grandi, in proporzione al prezzo. Ero l’unico a collezionarle, e rimpiango un po’ di non aver mai comprato quelle gomme con i calciatori, e di essermi perso tutto quel movimento di scambi di doppioni e di rarità che teneva occupato i miei compagni durante le ore di storia. In compenso, ero famoso per essere l’unico che riusciva a disegnare a memoria un qualsiasi personaggio dei Simpsons, e pure il simbolo di Batman così come era davvero, perché tutti lo facevano sbagliato - senza le punte a metà ala.
In quegli anni le gomme da masticare che andavano di più, oltre a quelle coi calciatori (credo che le vendettero solo per un paio di anni) erano le Brooklin fatte a striscia, nei pacchetti da sei o da otto, e le enormi Big Bubble alla fragola. Queste non riuscivo a mangiarle. Erano troppo dolci e mi riempivano la bocca in modo esagerato, come un bel pasticcino, solo che quello poi lo mandi giù, la gomma ti rimane in bocca. C’erano anche delle gomme da masticare con lo stesso gusto delle Big Bubble, ma vendute a grossi mattoncini: strappavi coi denti un pezzetto di gomma e il resto lo riavvolgevi e lo infilavi in tasca. Un mio amico si metteva in bocca mezzo blocco per volta, una quantità equivalente a tre Big Bubble. Poi masticava a fatica, e respirava col naso rumorosamente, come un vecchio asmatico, tanto che a volte pareva stesse per soffocare. Ogni volta che lo vedevo mi veniva da vomitare. Inoltre, dopo un po’ l’odore di fragola iniziava a stagnare nell’aria intorno a questo mio amico e non ci si poteva stare vicini. Ma era il mio compagno di banco, non potevo farci niente.
Comunque, a parte le Big Bubble del mio vicino di banco, alle medie ci si divertiva un sacco.
continua...